“La vera solitudine non è l’assenza dell’altro, ma la presenza ritrovata di se stesse.”

Quando stare in due può far sentire più sole

Nel mio studio di psicoterapia a Milano mi capita frequentemente di incontrare donne che arrivano con il cuore affaticato e lo sguardo spento. Donne che hanno speso anni a fare da perno emotivo all’interno di relazioni diventate progressivamente sbilanciate.

Tra queste storie c’è quella di Ginevra, nome di fantasia, 45 anni. Quando si è seduta di fronte a me per la prima volta, portava sulle spalle il peso ancora fresco di una separazione arrivata dopo oltre dieci anni di matrimonio.

«Dottoressa», mi ha detto con una voce trattenuta, «mi sono resa conto che la solitudine peggiore non è quella che vivo adesso nella mia nuova casa. Era quella che provavo la sera, seduta sul divano accanto a lui. Sentirmi invisibile pur essendo in due.»

Ginevra raccontava di un legame nel quale la sua attenzione era diventata una presenza data per scontata: la gestione del carico emotivo della coppia, il continuo sforzo di interpretare i silenzi, l’adattamento alle fragilità e ai bisogni del partner.

È un’esperienza che può verificarsi quando una relazione diventa così sbilanciata da lasciare sempre una delle due persone nella posizione di comprendere, sostenere, mediare e adattarsi.

A un certo punto, però, può emergere una domanda importante: che cosa succede quando, dopo aver lasciato una relazione, non sentiamo più il bisogno di riempire immediatamente quello spazio con un’altra persona?

Il pregiudizio sociale: se sei sola, sei “spezzata”?

Quando una donna decide di fermarsi dopo la fine di una relazione e sceglie di non cercare subito un nuovo compagno, può incontrare una certa diffidenza.

Siamo ancora molto influenzati dall’idea che la vita di coppia rappresenti una sorta di traguardo naturale e che la solitudine sia, al contrario, una condizione da superare il prima possibile.

Così, se una donna non cerca un partner, possono comparire interpretazioni immediate: sarà rimasta ferita, avrà paura di rimettersi in gioco, sarà diventata troppo esigente.

Molto più raramente ci chiediamo se quella solitudine possa essere una scelta consapevole.

L’idea che uno spazio abitato da una sola persona possa essere un luogo di pienezza, serenità e crescita entra infatti in contrasto con il mito romantico con cui molte di noi sono cresciute: quello secondo cui esisterebbe un’altra metà capace di completarci.

Ma una relazione non dovrebbe essere il luogo nel quale diventiamo finalmente intere.

Può essere, piuttosto, il luogo nel quale due persone già riconnesse con se stesse scelgono di condividere una parte della propria vita.

Il costo emotivo delle relazioni sbilanciate

La decisione di prendersi una pausa dalle relazioni dopo una separazione non nasce necessariamente dalla paura dell’amore.

A volte nasce dalla consapevolezza di aver speso troppo.

Troppo tempo a sostenere da sole il peso della relazione.
Troppa energia nel cercare di capire l’altro.
Troppa attenzione ai suoi bisogni.
Troppo poco spazio per chiedersi: “Io, invece, come sto?”

Quando la reciprocità viene meno e la cura scorre prevalentemente in una sola direzione, ci si può ritrovare progressivamente svuotate.

Ed è proprio qui che può diventare importante recuperare un confine: la propria energia emotiva ha un valore e merita di essere protetta.

Smettere di spendersi incondizionatamente per chi non ricambia non significa chiudersi all’amore o diventare rigide.

Significa imparare a riconoscere ciò che ci fa stare bene e stabilire quali sono le condizioni relazionali sotto le quali non siamo più disposte a vivere.

Dalla solitudine subita alla solitudine scelta

È importante distinguere tra due esperienze che possono apparire simili, ma che psicologicamente possono essere molto diverse.

La solitudine subita

È quella accompagnata dalla sensazione di essere state lasciate indietro, dal dolore dell’abbandono, dal senso di vuoto o dall’urgenza di trovare qualcuno che possa attenuare quella sofferenza.

Quando il silenzio della propria casa diventa insopportabile e la presenza di qualcuno sembra l’unico modo per sentirsi al sicuro, la solitudine può essere vissuta come una minaccia.

La solitudine scelta

È qualcosa di diverso.

Non significa non desiderare più una relazione. Non significa convincersi di non avere bisogno di nessuno.

Significa poter stare con se stesse senza avvertire l’urgenza di fuggire da quella condizione.

A volte, quando gli impegni e le distrazioni si fermano, possono emergere ansia, inquietudine e pensieri che durante la giornata rimangono sullo sfondo.

Non sempre quella sensazione significa che ci manca necessariamente un partner.

Può essere anche un’occasione per ascoltare ciò che abbiamo rimandato per molto tempo.

Nel silenzio della propria quotidianità si può iniziare a fare spazio a domande nuove: che cosa desidero davvero? Quali dinamiche non voglio più ripetere? A cosa mi sono adattata per paura di perdere l’altro? Che cosa considero oggi indispensabile in una relazione?

È anche così che si impara, gradualmente, a non accontentarsi più di attenzioni parziali, intermittenti o insufficienti.

Ridefinire l’amore: incontrare l’altro senza bisogno di essere salvate

Riconquistare la propria autonomia non significa diventare ciniche nei confronti dell’amore.

Significa, piuttosto, poter vivere il legame da una posizione diversa.

Quando la relazione nasce principalmente dalla paura della solitudine, l’altro può diventare una risposta al vuoto, una fonte di rassicurazione continua o qualcuno a cui affidare il compito di farci sentire finalmente al sicuro.

Quando invece impariamo a stare in piedi anche da sole, possiamo incontrare l’altro senza chiedergli di risolvere ciò che appartiene alla nostra storia.

Non più due persone che si cercano per colmare una mancanza, ma due individualità che scelgono di condividere una vita.

Non la necessità di essere salvate o di salvare l’altro, ma il desiderio di costruire qualcosa insieme.

Se e quando una nuova persona entrerà nella nostra vita, non dovrà necessariamente riempire uno spazio vuoto.

Potrà semplicemente aggiungere qualcosa a una vita che ha già trovato un proprio equilibrio e un proprio significato.

Essere sole non significa essere in attesa

A chi legge e magari si riconosce nella storia di Ginevra, oppure si trova in questo momento di transizione dopo una separazione, vorrei ricordare una cosa importante:

il tempo trascorso da sole non è necessariamente un’attesa. È già vita.

Ritrovare se stesse dopo una relazione nella quale ci si è sentite invisibili richiede tempo, coraggio e la disponibilità ad attraversare anche momenti di dubbio.

Non è necessario avere fretta di dimostrare di essere “guarite” trovando immediatamente qualcun altro.

A volte la conquista più importante è proprio quella di poter dire:

“Sto bene anche qui. E proprio perché sto bene qui, posso scegliere chi far entrare nella mia vita.”

Un percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio nel quale comprendere la propria storia relazionale, elaborare una separazione e ritrovare fiducia nelle proprie risorse.

Perché quando impariamo a stare con noi stesse, non smettiamo di desiderare l’amore.

Smettiamo semplicemente di rimpicciolirci per entrare in spazi che non ci appartengono più.

Dr.ssa Jessica Combi
Psicologa e Psicoterapeuta a Milano

Percorsi psicologici e psicoterapeutici per l’autostima, l’elaborazione della separazione e la comprensione delle dinamiche relazionali.

 

 

 

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