
Ci sono relazioni che iniziano con un’intensità quasi travolgente.
L’altra persona ci cerca, ci scrive, sembra desiderarci molto. Ci fa sentire importanti, speciali, al centro della sua attenzione. Ci sono parole, messaggi, telefonate, progetti. Ci sembra di avere finalmente incontrato qualcuno che ci vede davvero.
Poi qualcosa cambia.
L’interesse diventa meno costante, i messaggi si diradano, la presenza si alterna all’assenza. Quello che sembrava così certo diventa improvvisamente difficile da decifrare.
E può accadere che, proprio nel momento in cui l’altro si allontana, noi iniziamo a sentirci ancora più coinvolti.
Perché?
È una domanda che incontro spesso nel lavoro psicoterapeutico. Riguarda persone autonome, consapevoli e capaci nella vita professionale e sociale che, nelle relazioni, possono ritrovarsi a vivere dinamiche che fanno loro male.
La domanda, spesso, è:
“Se so che questa relazione mi fa soffrire, perché faccio così fatica a lasciarla?”
Non esiste una risposta unica. Ma comprendere alcuni dei meccanismi che possono entrare in gioco aiuta a guardare le proprie scelte affettive con occhi diversi.
NON SEMPRE SCEGLIAMO CIÒ CHE CI FA STARE BENE
Quando ci innamoriamo, pensiamo naturalmente di scegliere una persona perché ci piace, ci attrae, ci interessa.
E questo è vero.
Ma le nostre scelte affettive possono essere influenzate anche da ciò che, nel corso della vita, abbiamo imparato a riconoscere come familiare.
Le prime relazioni possono contribuire a costruire una sorta di mappa interna della vicinanza: quanto l’altro è presente, quanto è prevedibile, come reagisce ai nostri bisogni, cosa accade quando chiediamo attenzione o temiamo di perderlo.
Questo non significa che le esperienze infantili determinino automaticamente le nostre relazioni adulte. Non esiste una semplice equazione tra ciò che abbiamo vissuto e le persone di cui ci innamoreremo.
Alcune esperienze, però, possono averci insegnato modalità di adattamento che continuiamo a utilizzare anche quando non sono più necessarie.
Possiamo, per esempio, avere imparato a prestare molta attenzione ai segnali dell’altro, ad aspettare, a essere comprensivi, a non chiedere troppo o a fare il possibile per mantenere la vicinanza.
Strategie che in un determinato momento possono essere state utili possono diventare, da adulti, modalità relazionali che ci portano a occuparci continuamente dell’altro e sempre meno di ciò che desideriamo noi.
QUANDO LA DISTANZA ARRIVA DOPO UN CORTEGGIAMENTO INTENSO
C’è però una dinamica particolarmente importante.
Non sempre ci innamoriamo di una persona che è stata distante fin dall’inizio.
A volte accade il contrario.
All’inizio l’altra persona è molto presente. Ci cerca, ci desidera, ci fa sentire importanti. Il corteggiamento è intenso, l’interesse sembra evidente, la vicinanza naturale.
Poi qualcosa cambia.
Le iniziative diminuiscono, gli incontri vengono rimandati, i messaggi si fanno meno frequenti. La disponibilità diventa imprevedibile.
E proprio qui può iniziare un meccanismo molto potente.
Perché abbiamo conosciuto una versione dell’altra persona estremamente presente e coinvolta, continuiamo ad aspettare che quella versione ritorni.
“Prima era diverso.”
“Prima mi cercava continuamente.”
“Prima sembrava così coinvolto.”
“Se solo tornasse quello di prima…”
La dinamica può diventare:
Vicinanza → distanza → attesa → ritorno → nuova distanza.
Non stiamo quindi necessariamente inseguendo una persona che non ci ha mai dato nulla. Possiamo essere rimasti agganciati proprio perché, all’inizio, ci ha dato moltissimo.
IL RINFORZO INTERMITTENTE: QUANDO L’INCERTEZZA AUMENTA L’ATTESA
In psicologia, dinamiche di questo tipo possono essere collegate al concetto di rinforzo intermittente: una ricompensa che arriva in modo imprevedibile può mantenere a lungo un comportamento di ricerca.
Nelle relazioni, la “ricompensa” può essere un messaggio, un incontro, una dichiarazione, una nuova dimostrazione di affetto o un improvviso riavvicinamento.
Proprio perché non sappiamo quando arriverà, continuiamo ad aspettarla.
E l’attesa può diventare sorprendentemente coinvolgente.
Ogni piccolo segnale positivo può riaccendere la speranza: forse le cose stanno tornando come prima, forse questa volta sarà diverso, forse finalmente l’altro ha capito.
Il problema è che l’incertezza può occupare progressivamente molto spazio mentale.
Cominciamo a controllare i messaggi, interpretare i silenzi, prestare attenzione a ogni cambiamento.
La relazione finisce per essere vissuta non soltanto attraverso ciò che realmente accade, ma anche attraverso l’attesa di ciò che potrebbe accadere.
A VOLTE INSEGUIAMO IL RITORNO DI CIÒ CHE È STATO
Può accadere allora che non stiamo cercando soltanto quella persona.
Stiamo cercando di ritrovare il modo in cui ci siamo sentiti all’inizio della relazione.
La persona che ci cercava.
La persona che sembrava desiderarci.
La persona che ci faceva sentire speciali.
Questo rende più difficile accettare che qualcosa sia cambiato.
Perché non stiamo soltanto perdendo un rapporto: stiamo anche aspettando che ritorni quello che quel rapporto sembrava poter diventare.
E così possiamo rimanere a lungo in una posizione di attesa.
QUANDO ESSERE SCELTI DIVENTA PIÙ IMPORTANTE CHE SCEGLIERE
A un certo punto può avvenire uno spostamento significativo.
La domanda non è più:
“Questa persona mi piace davvero?”
Diventa:
“Perché non mi sceglie?”
E ancora:
“Cosa posso fare perché torni a scegliermi?”
Smettiamo, almeno in parte, di essere noi a scegliere e iniziamo ad aspettare di essere scelti.
L’attenzione si sposta sui messaggi, sulle reazioni, sui silenzi e sulla disponibilità dell’altro.
Anche la nostra autostima può iniziare a dipendere dalla sua risposta.
“Forse non sono abbastanza interessante.”
“Forse ho sbagliato qualcosa.”
“Forse dovrei essere più disponibile, più paziente, più comprensiva.”
La domanda diventa:
“Come devo essere per farmi scegliere?”
anziché:
“Questa relazione è davvero ciò che desidero?”
LA COMPIACENZA E L’ILLUSIONE DI POTER CONTROLLARE IL RAPPORTO
Quando abbiamo paura di perdere qualcuno, possiamo iniziare ad adattarci.
Evitiamo di esprimere alcuni bisogni, accettiamo situazioni che ci fanno stare male, cerchiamo di non essere troppo esigenti.
Alla base può esserci, anche senza che ce ne rendiamo conto, una convinzione:
“Se faccio tutto nel modo giusto, questa persona resterà.”
La compiacenza può dare così un’illusione di controllo.
Se riesco a comportarmi nel modo corretto, forse posso evitare che l’altro si allontani.
Ma una relazione vissuta nella paura di perdere l’altro diventa progressivamente faticosa.
Mentre ci concentriamo sempre di più sulle sue reazioni, rischiamo di perdere il contatto con le nostre.
PERCHÉ UNA PERSONA DISPONIBILE PUÒ SEMBRARCI MENO INTERESSANTE?
Quando siamo abituati a relazioni caratterizzate dall’incertezza, la disponibilità dell’altro può inizialmente sembrarci insolita.
Non c’è bisogno di conquistare continuamente la sua attenzione. Non dobbiamo interpretare ogni silenzio. Non dobbiamo aspettare una conferma.
E può accadere di confondere l’assenza di ansia con l’assenza di sentimento.
Ma non sentire la stessa ansia non significa necessariamente sentire meno amore.
Una relazione sana non deve essere necessariamente piatta o priva di passione. Può esserci desiderio, attrazione, curiosità, intensità.
La differenza è che l’intensità non deve dipendere dall’incertezza.
L’ILLUSIONE DI POTER CAMBIARE L’ALTRO ATTRAVERSO L’AMORE
Un’altra convinzione può mantenere a lungo una relazione difficile:
“Con me sarà diverso.”
Possiamo pensare che, se riusciremo ad amarlo abbastanza, l’altro finalmente si aprirà, imparerà a fidarsi, smetterà di allontanarsi.
La speranza non è di per sé negativa.
Ma esiste una differenza tra accompagnare una persona che sta realmente scegliendo di cambiare e aspettare indefinitamente che cambi perché noi la amiamo.
L’amore non ci dà il potere di trasformare l’altro.
Possiamo amare profondamente qualcuno e, allo stesso tempo, riconoscere che quella persona non è in grado — o non desidera — offrirci il tipo di relazione di cui abbiamo bisogno.
TORNARE DALLA PARTE DI CHI SCEGLIE
Forse uno dei passaggi più importanti consiste nel tornare a occupare la posizione di chi sceglie.
Non soltanto:
“Come faccio a farmi amare da questa persona?”
ma:
“Io, questa persona, la sceglierei davvero?”
E ancora:
“Se sapessi con certezza che mi desidera, continuerei a desiderarla nello stesso modo?”
Possiamo chiederci:
Come mi sento quando sono con questa persona?
Posso essere me stessa/o?
I miei bisogni hanno spazio?
Posso esprimere ciò che provo senza paura di perdere l’altro?
Quello che ricevo è compatibile con ciò che desidero?
Questa relazione mi permette di sentirmi al sicuro senza dover continuamente conquistare la vicinanza dell’altro?
Sono domande semplici, ma possono riportare l’attenzione dal bisogno di essere scelti alla possibilità di scegliere.
Perché possiamo amare qualcuno che non è in grado di offrirci la relazione di cui abbiamo bisogno.
Il sentimento può essere autentico.
E, allo stesso tempo, la relazione può non essere adatta a noi.
QUANDO COMPRENDERE PUÒ DIVENTARE IL PRIMO PASSO PER CAMBIARE
Riconoscere di ripetere uno schema relazionale è importante, ma non sempre è sufficiente per modificarlo.
In un percorso psicoterapeutico è possibile fermarsi proprio su queste dinamiche: comprendere da dove possono arrivare, riconoscere ciò che le attiva, osservare il modo in cui influenzano le nostre scelte e costruire progressivamente modalità diverse di stare nella relazione.
Può essere uno spazio in cui imparare a distinguere ciò che realmente desideriamo da ciò che ci è semplicemente familiare, riconoscere i meccanismi che ci portano a inseguire l’altro e ritrovare, gradualmente, la possibilità di scegliere senza dover continuamente dimostrare di essere abbastanza.
Non si tratta di imparare a scegliere “la persona giusta” una volta per tutte.
Si tratta di diventare più consapevoli di ciò che accade dentro di noi quando qualcuno ci attrae, quando l’altro si allontana, quando sentiamo il bisogno di essere scelti e quando rischiamo di mettere in secondo piano i nostri bisogni pur di mantenere un legame.
Se ci accorgiamo di ritrovare più volte le stesse dinamiche nelle nostre relazioni, iniziare un percorso psicoterapeutico può essere un modo per fermarsi, comprenderle più a fondo e costruire, nel tempo, un modo diverso di stare nella relazione.
Perché conoscere il proprio schema non significa essere condannati a ripeterlo.
A volte, comprendere perché continuiamo a cercare ciò che ci fa soffrire è proprio il primo passo per poter scegliere, finalmente, qualcosa di diverso.
Dottoressa Jessica Combi
Psicologa, Psicoterapeuta a Milano
Commenti recenti