Innamorarsi dell’altro o dell’idea che ci siamo creati? Dott.ssa Jessica Combi — Psicologa e Psicoterapeuta a Milano
da Jessica Combi | venerdì, 9 Ottobre, 2026 | Uncategorized |
Non vediamo mai davvero le cose così come sono.

Tra ciò che accade e ciò che vediamo c’è sempre qualcosa: il nostro modo di interpretare, ciò che abbiamo imparato a riconoscere, quello che ci aspettiamo, quello che desideriamo.
È come se ognuno di noi guardasse il mondo attraverso un sistema di lenti costruito nel tempo.
Le lenti ci aiutano a orientarci, ma proprio perché le usiamo continuamente possiamo dimenticare di averle.
Un’interpretazione, però, non coincide necessariamente con la realtà che stiamo interpretando.
Nella vita quotidiana questo meccanismo è continuamente all’opera. Ma diventa ancora più evidente quando entriamo nel territorio dell’amore e delle relazioni sentimentali.
L’altro che vediamo e quello che immaginiamo
Quando conosciamo qualcuno, ne conosciamo soltanto una parte.
Vediamo comportamenti, ascoltiamo parole, riceviamo segnali. Il resto lo completiamo.
Non necessariamente inventando. Interpretando.
La nostra storia, le esperienze precedenti e il modo in cui abbiamo imparato a stare nelle relazioni possono influenzare il modo in cui leggiamo ciò che accade.
Ma c’è un meccanismo più generale che riguarda tutti noi: quando conosciamo qualcuno, non incontriamo soltanto la persona reale. Incontriamo anche la rappresentazione che ci costruiamo di quella persona.
E in amore le due cose possono confondersi molto rapidamente.
All’inizio, alcuni aspetti dell’altro possono sembrarci particolarmente significativi. Ciò che desideriamo trovare in una relazione può portarci a dare più peso a certi segnali, a intravedere possibilità, a immaginare sviluppi che ancora non conosciamo.
Poi, con il tempo, emergono altri aspetti. Comportamenti che non avevamo considerato, differenze che non avevamo colto, distanze che diventano più difficili da ignorare.
E quello che inizialmente ci sembrava una conferma delle nostre aspettative può cominciare a raccontarci una storia diversa.
A volte finiamo così per oscillare tra due immagini molto distanti della stessa persona: quella che avevamo sperato di incontrare e quella che ci sembra di avere davanti quando le nostre aspettative vengono deluse.
Ma una persona non coincide né con ciò che avevamo immaginato né con ciò che, nella delusione, rischiamo di vedere soltanto attraverso i suoi limiti.
È più complessa di entrambe le rappresentazioni.
Forse, allora, la domanda non è soltanto se abbiamo visto l’altro per quello che era, ma quanto della nostra immagine di lui fosse già presente prima ancora di conoscerlo davvero.
Quando la realtà mette in crisi ciò che avevamo visto
Ed è anche questo che può rendere alcune delusioni sentimentali così dolorose.
Finché la realtà sembra confermare ciò che abbiamo immaginato, la rappresentazione che ci siamo costruiti può sembrarci semplicemente la realtà.
Pensiamo che l’altro sia presente, interessato, coinvolto, che ci tenga davvero. Leggiamo i suoi comportamenti attraverso questa lente e alcuni segnali, magari contraddittori, possono finire sullo sfondo.
Poi arriva l’esame di realtà.
Un comportamento, una scelta, una distanza ci mostrano qualcosa che non coincide con ciò che avevamo costruito.
E allora possiamo pensare che sia cambiata la relazione, che sia cambiato l’altro, che qualcosa tra noi si sia rotto.
Ma ciò che si è rotto, prima ancora, può essere la distanza tra ciò che avevamo immaginato e ciò che la realtà ci mostra.
Avevamo attribuito all’altro caratteristiche che desideravamo vedere, avevamo interpretato alcuni segnali in quella direzione, avevamo costruito — almeno in parte — l’altro che volevamo incontrare.
Quando questa costruzione non regge più, siamo chiamati a confrontarci anche con il modo in cui noi stavamo vedendo quella persona.
Non soltanto con chi era davvero l’altro, ma con il modo in cui noi lo avevamo guardato.
L’esame di realtà, allora, non significa soltanto scoprire chi è davvero l’altro.
Significa anche riconoscere che lo stavamo vedendo in un determinato modo e che quella visione non coincideva necessariamente con la persona reale.
E quando la conoscenza avviene online?
Nelle conoscenze che avvengono attraverso uno schermo, questo meccanismo può diventare ancora più evidente.
Fotografie, messaggi, telefonate: conosciamo una parte dell’altro e riempiamo inevitabilmente alcuni vuoti con ciò che desideriamo, immaginiamo o speriamo.
Più elementi mancano, più spazio può esserci per la proiezione nelle relazioni.
Per questo il passaggio dal virtuale al reale può essere così significativo: non incontriamo soltanto una persona, ma anche la distanza tra quella persona e quella che avevamo immaginato.
Possiamo cambiare le nostre lenti?
Non possiamo guardare l’altro in modo completamente oggettivo.
Possiamo però imparare a distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo.
Possiamo chiederci:
Sto conoscendo questa persona o sto completando, con ciò che desidero, ciò che ancora non conosco?
Quello che penso dell’altro nasce da ciò che ha realmente mostrato o anche dalla storia che porto con me?
Riconoscere le proprie lenti non significa smettere di innamorarsi, desiderare o fidarsi.
Significa lasciare all’altro lo spazio per essere qualcuno da conoscere e non soltanto qualcuno da riconoscere dentro una storia che avevamo già scritto.
E significa anche poter fare qualcosa di diverso quando ci accorgiamo che alcuni schemi relazionali tendono a ripresentarsi.
All’interno di un percorso di psicoterapia, comprendere queste dinamiche può aiutare a riconoscere le proprie lenti, a superare alcune trappole interpretative e a entrare nelle relazioni in un modo diverso.
Naturalmente, le dinamiche che entrano in gioco nelle relazioni sono molteplici e complesse. Oltre a quelle descritte in questo articolo, un percorso psicoterapeutico può permettere di esplorare altre dimensioni della propria storia personale e relazionale, per comprendere più a fondo ciò che accade e aprire nuove possibilità.
Non per imparare a scegliere o amare «nel modo giusto», ma per poter costruire, con maggiore consapevolezza, un amore più maturo, più libero e più sano.
Perché riconoscere un copione non significa attribuirsi una colpa.
Significa smettere, almeno in parte, di viverlo come un destino.
E ciò che non è più soltanto un destino può diventare qualcosa su cui lavorare.
Non possiamo guardare senza lenti. Possiamo però imparare a riconoscerle.
Dott.ssa Jessica Combi
Psicologa e Psicoterapeuta a Milano
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