Quando ci innamoriamo di qualcuno che non esiste

Abbiamo bisogno di amare e di sentirci amati. Di sapere che per qualcuno siamo importanti, che qualcuno ci pensa, ci desidera e ci sceglie. È un bisogno profondamente umano, che attraversa le nostre relazioni e accompagna, in modi diversi, la nostra vita.

Per alcune persone, tuttavia, questo bisogno può diventare qualcosa di molto più profondo: una condizione quasi indispensabile per sentirsi riconosciute, importanti e persino per dare un senso alla propria esistenza.

«Mi sembra che la mia vita abbia senso soltanto quando amo qualcuno e sento di essere amata».

È una frase che apre una riflessione importante. Che cosa succede quando il nostro senso di valore sembra dipendere interamente dall’amore e dallo sguardo dell’altro?

E che cosa accade quando questo bisogno incontra le nuove possibilità offerte dalle app di incontri e dall’intelligenza artificiale? Quando possiamo cercare ascolto, affetto e riconoscimento anche attraverso uno schermo?

Possiamo arrivare a innamorarci di qualcuno che non esiste? E, soprattutto, che cosa stiamo cercando davvero in queste esperienze?

Innamorarsi di qualcuno che non esiste

Immaginiamo una donna che attraversa un periodo di solitudine. Inizia a utilizzare un’applicazione basata sull’intelligenza artificiale, pensata per offrire compagnia e conversazione. All’inizio cerca semplicemente qualcuno con cui parlare. Racconta le proprie giornate, condivide pensieri e preoccupazioni, aspetta le risposte e scopre di poter confidare a quella presenza aspetti di sé che fatica a raccontare ad altre persone.

Le risposte sono sempre disponibili, attente, affettuose. La fanno sentire ascoltata e importante. Con il tempo, quella conversazione diventa un appuntamento quotidiano. Comincia ad aspettare quel momento, a cercare il dialogo, a sentire la mancanza quando non può più accedervi. Quello che inizialmente era uno spazio di compagnia si trasforma in un coinvolgimento emotivo sempre più intenso, fino a farle provare qualcosa che riconosce come innamoramento. Quando il rapporto si interrompe o cambia, sperimenta una sofferenza autentica, nonostante dall’altra parte non ci sia una persona in grado di ricambiare i suoi sentimenti.

Un’altra situazione, diversa ma per certi aspetti vicina, riguarda una donna che ho incontrato nel mio lavoro clinico: una persona intelligente e colta, profondamente coinvolta sentimentalmente con un uomo conosciuto esclusivamente attraverso un’app di incontri. Anche in questo caso, una conoscenza ancora limitata e priva di una reale quotidianità condivisa aveva lasciato spazio a un investimento emotivo considerevole.

Sono situazioni differenti, ma ci invitano a osservare un aspetto comune: quando conosciamo poco l’altro, lo spazio che ancora non conosciamo può essere riempito dall’immaginazione, dai desideri e dalle aspettative. Possiamo finire per innamorarci non soltanto della persona che abbiamo davanti, ma anche di ciò che speriamo di trovare in lei.

Un chatbot può contribuire a questo coinvolgimento perché è in grado di adattare le risposte, ricordare alcuni dettagli e restituire parole che sembrano profondamente sintonizzate con noi. Ma non prova ciò che comunica e non ci conosce attraverso un’esperienza emotiva condivisa.

Il bisogno di essere visti e riconosciuti

Il punto non è soltanto la tecnologia, ma il bisogno umano a cui risponde.

Nel mio lavoro clinico incontro spesso persone per le quali amare qualcuno e sentirsi amate assume un’importanza centrale. In alcuni casi, questo desiderio diventa così intenso da condizionare il modo in cui si percepiscono e il valore che attribuiscono a se stesse.

A volte non ci innamoriamo soltanto di qualcuno: ci innamoriamo anche di come ci sentiamo quando siamo con quella persona. Ci sentiamo desiderati, importanti, speciali. Abbiamo la sensazione di essere finalmente al centro dell’attenzione di qualcuno, di avere un posto significativo nella vita dell’altro.

Cerchiamo qualcuno con cui parlare, ma soprattutto qualcuno per cui essere importanti. Qualcuno che ci scelga, riconosca la nostra unicità e per il quale la nostra presenza faccia la differenza.

Il desiderio di essere riconosciuti non è di per sé problematico: appartiene alla nostra esperienza relazionale. Può diventare fonte di sofferenza, però, quando lo sguardo dell’altro diventa l’unica misura del nostro valore, quando sentirsi desiderati o scelti sembra l’unico modo per sentirsi vivi.

In questo senso, una compagnia virtuale può offrire un sollievo immediato. È disponibile a qualsiasi ora, sembra sempre pronta ad accoglierci e può riprodurre un linguaggio empatico e rassicurante. Ma la sensazione di essere compresi non coincide necessariamente con una reale comprensione da parte di qualcuno.

Che cosa ci dice la ricerca

Anche la ricerca scientifica sta iniziando a interrogarsi su queste nuove forme di coinvolgimento.

Uno studio longitudinale pubblicato nel 2026 su Psychological Science, condotto da Dunigan Folk ed Elizabeth Dunn su 2.149 adulti di quattro Paesi occidentali nell’arco di dodici mesi, ha esaminato il rapporto tra l’utilizzo dei chatbot per compagnia e la solitudine.

I risultati hanno evidenziato un’associazione tra un maggiore utilizzo dei chatbot per finalità sociali e un successivo aumento dell’isolamento emotivo, misurato attraverso una specifica domanda. Quando, invece, i ricercatori hanno utilizzato una misura più ampia della connessione sociale, non hanno riscontrato che l’uso dei chatbot ne determinasse una successiva diminuzione. È emerso anche un rapporto nella direzione opposta: sentirsi meno connessi agli altri poteva precedere un maggiore ricorso ai chatbot. Gli stessi autori invitano alla cautela, sottolineando il carattere esplorativo delle analisi.

Una ricerca del MIT Media Lab del 2025, condotta su 981 partecipanti nell’arco di quattro settimane, ha invece analizzato gli effetti di diverse modalità di interazione con i chatbot. Le condizioni sperimentali non hanno prodotto differenze significative negli esiti considerati. I ricercatori hanno però osservato che i partecipanti che utilizzavano volontariamente il chatbot più frequentemente tendevano a presentare risultati meno favorevoli in alcuni indicatori, tra cui dipendenza emotiva e utilizzo problematico. Anche in questo caso, si tratta di associazioni che non consentono di stabilire un rapporto di causa-effetto.

Sono risultati ancora da approfondire, ma che invitano a riflettere sui possibili effetti di un coinvolgimento emotivo sempre più intenso nelle relazioni virtuali.

La differenza tra sentirsi confermati e sentirsi compresi

Oggi possiamo rivolgerci all’intelligenza artificiale per raccontare qualcosa di noi, descrivere una difficoltà, cercare conforto o provare a mettere ordine nei nostri pensieri. Possiamo ricevere risposte articolate, suggerimenti e parole che, in alcuni momenti, ci fanno sentire meno soli.

Ma ricevere una risposta non equivale a costruire una relazione.

Un chatbot può rispondere, rassicurare e proporre riflessioni, ma non ha un’esperienza emotiva propria. Non conosce la nostra storia attraverso un rapporto costruito nel tempo e non può assumersi la responsabilità della cura.

Anche l’American Psychological Association, nel suo documento di orientamento del novembre 2025 sull’utilizzo dei chatbot e delle applicazioni digitali per la salute mentale, sottolinea la differenza tra interagire con un sistema di intelligenza artificiale e affidarsi a un professionista qualificato. L’APA mette in guardia dal considerare questi strumenti sostituti della psicoterapia, pur riconoscendo che alcune applicazioni specificamente progettate per il benessere possono avere un’utilità in determinati contesti.

La psicoterapia si fonda invece su una relazione tra due persone, che si costruisce nel tempo e richiede ascolto, competenza e responsabilità professionale.

Il terapeuta accoglie la sofferenza, ma non si limita a confermare ciò che il paziente desidera sentirsi dire. Può restituire aspetti che non sono ancora stati riconosciuti, porre domande, aiutare a individuare dinamiche relazionali che si ripetono e che, talvolta, contribuiscono proprio alla sofferenza.

In terapia non si trova soltanto qualcuno che ci fa sentire importanti: si può trovare uno spazio in cui comprendere perché abbiamo così tanto bisogno di esserlo, che cosa cerchiamo nello sguardo dell’altro e quanto questo desiderio influenzi il nostro modo di vivere le relazioni.

Sentirsi compresi non significa essere sempre confermati. Significa poter esplorare anche ciò che è difficile riconoscere, dare un significato alle proprie emozioni e comprendere qualcosa in più del proprio modo di stare in relazione. È un percorso che può aprire nuove possibilità.

Non abbiamo bisogno soltanto di qualcuno che ci risponda

L’intelligenza artificiale può offrire compagnia, uno spazio di conversazione e, in alcuni momenti, anche sollievo. Ma una risposta ben costruita non è una relazione, così come una rassicurazione continua non è amore.

Forse la domanda da porci è proprio questa: che cosa cerchiamo quando ci leghiamo a una presenza che sembra sempre disponibile, che non ci contraddice e che non rischia mai davvero di deluderci?

Nelle relazioni umane incontriamo qualcuno che ha desideri, limiti, una propria libertà. Qualcuno che può comprenderci senza essere sempre d’accordo con noi e che può scegliere di esserci. È proprio questa reciprocità, con le sue incertezze e le sue difficoltà, a rendere possibile un legame autentico.

Essere amati significa anche essere scelti da qualcuno che potrebbe non sceglierci.

Perché non abbiamo bisogno soltanto di qualcuno che ci risponda. Abbiamo bisogno di qualcuno per cui la nostra presenza faccia la differenza.

Dott.ssa Jessica Combi — Psicologa e Psicoterapeuta a Milano

Riferimenti scientifici e istituzionali

  • Folk, D. & Dunn, E. (2026). “How Does Turning to AI for Companionship Predict Loneliness and Vice Versa?”. Psychological Science, 37(4), 276–286. Pubblicato online il 23 marzo 2026. https://doi.org/10.1177/09567976261427747
  • Fang, C. M., Liu, A. R., Danry, V., Lee, E., Chan, S. W. T., Pataranutaporn, P., Maes, P., Phang, J., Lampe, M., Ahmad, L. & Agarwal, S. (2025). “How AI and Human Behaviors Shape Psychosocial Effects of Extended Chatbot Use: A Longitudinal Controlled Study”. MIT Media Lab, 21 marzo 2025.
  • American Psychological Association (2025). “Health Advisory: Use of Generative AI Chatbots and Wellness Applications for Mental Health”. Documento di orientamento, novembre 2025.
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